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LIBERNAUTA 2012

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Concorso a premi per terrestri curiosi dai 14 ai 19 anni e over 20

martedì 5 luglio 2011

MONDADORI, STORIA DI UNA SENTENZA COMPRATA

Nel 1991 la Corte d'appello annulla il Lodo arbitrale e sfila il primo gruppo editoriale italiano al patron dell'Espresso. Il corruttore è Cesare Previti che, con gli avvocati Pacifico e Acampora, pagò il giudice Vittorio Metta
Che la sentenza Mondadori del 1991 che annullò il Lodo arbitrale e sfilò il primo gruppo editoriale italiano a Carlo De Benedetti consegnandolo a Silvio Berlusconi fosse comprata, dovrebbero saperlo tutti. Il corruttore si chiama Cesare Previti che, assieme agli avvocati Attilio Pacifico e Giovanni Acampora, pagò il giudice Vittorio Metta per conto di B. e con denaro della Fininvest di B., utilizzatore finale del mercimonio criminale. Da vent’anni dunque il presidente del Consiglio possiede abusivamente una casa editrice, con i suoi libri e i suoi settimanali, usandoli per accumulare utili e consensi. Ma non vuole saperne di restituire il maltolto. Un po’ di storia.

IL LODO

Nel 1988 Berlusconi, che già da tempo ha messo un piede nella casa editrice rilevando le azioni di Leonardo Mondadori, annuncia: “Non voglio restare sul sedile posteriore”. De Benedetti, che controlla il pacchetto di maggioranza, resiste all’assalto e si accorda con la famiglia Formenton, erede di Arnoldo, che s’impegna a vendergli il suo pacchetto azionario entro il 30 gennaio 1991. Ma gli eredi cambiano idea e, nel novembre del 1989, fanno blocco con Berlusconi che, il 25 gennaio 1990, si insedia alla presidenza della casa editrice. Oltre a tre tv e al Giornale, dunque, il Cavaliere s’impossessa del gruppo editoriale che controlla Repubblica, Panorama, Espresso, Epoca e i 15 giornali locali Finegil, spostandolo dal campo anti-craxiano a quello filo-craxiano. La “guerra di Segrate”, per unanime decisione dei contendenti, finisce dinanzi a un collegio di tre arbitri, scelti da De Benedetti, dai Formenton e dalla Cassazione. Il lodo arbitrale, il 20 giugno 1990, dà ragione all’Ingegnere: il suo patto con i Formenton resta valido, le azioni Mondadori devono tornare a lui. Berlusconi lascia la presidenza, arrivano i manager della Cir debenedettiana: Carlo Caracciolo, Antonio Coppi e Corrado Passera. Ma il Cavaliere rovescia il tavolo e, assieme ai Formenton, impugna il lodo dinanzi alla Corte d’appello di Roma. Se ne occupa la I sezione civile, presieduta da Arnaldo Valente (secondo Stefania Ariosto, frequentatore di casa Previti). Giudice relatore ed estensore della sentenza: Vittorio Metta, anch’egli intimo di Previti. La camera di consiglio si chiude il 14 gennaio 1991. Dieci giorni dopo, il 24, la sentenza viene resa pubblica: annullato il Lodo, la Mondadori torna per sempre a Berlusconi. L’Ingegnere lo sapeva già: un mese prima il presidente della Consob, l’andreottiano Bruno Pazzi, aveva preannunciato la sconfitta al suo legale Vittorio Ripa di Meana. “Correva voce – testimonierà De Benedetti – che la sentenza era stata scritta a macchina nello studio dell’avvocato Acampora ed era costata 10 miliardi… Fu allora che sentii per la prima volta il nome di Previti, come persona vicina a Berlusconi e notoriamente molto introdotta negli uffici giudiziari romani”. Nonostante il trionfo, comunque, Berlusconi non riesce a portare a casa l’intera torta. I direttori e molti giornalisti di Repubblica, Espresso e Panorama si ribellano ai nuovi padroni. Giulio Andreotti, allarmato dallo strapotere di Craxi sull’editoria, impone una transazione nell’ufficio del suo amico Giuseppe Ciarrapico: Repubblica, Espresso e i giornali Finegil tornano al gruppo Caracciolo-De Benedetti; Panorama, Epoca e il resto della Mondadori rimangono alla Fininvest.

I SOLDI

Indagando dal 1995 sulle rivelazioni della Ariosto sulle mazzette di Previti ad alcuni giudici romani, il pool di Milano scopre un fiume di denaro dai conti esteri Fininvest a quelli degli avvocati del gruppo e da questi, in contanti, a Metta. Il 14 febbraio ‘91 dalle casse All Iberian parte un bonifico di 2.732.868 dollari (3 miliardi di lire) al conto “Mercier” di Previti. Da questo, il 26 febbraio, altro bonifico di 1 miliardo e mezzo (metà della provvista) al conto “Careliza Trade” di Acampora. Questi il 1° ottobre bonifica 425 milioni a Previti, che li dirotta in due tranche (11 e 16 ottobre) sul conto “Pavoncella” di Pacifico. Il quale preleva 400 milioni in contanti il 15 e il 17 ottobre e li fa recapitare in Italia a un misterioso destinatario: secondo l’accusa, Metta. Il giudice, nei mesi successivi, acquista e ristruttura un appartamento per la figlia Sabrina e compra una nuova auto Bmw, il tutto con denaro contante di provenienza imprecisata (circa 400 milioni). Poi lascia la magistratura, diventa avvocato e dove va a lavorare con la figlia Sabrina? Allo studio Previti, naturalmente. Al processo, Previti giustificherà quei 3 miliardi Fininvest in Svizzera come “tranquillissime parcelle”, ma non riuscirà a documentare nemmeno uno straccio di incarico professionale in quel periodo. Mentiranno pure Acampora e Pacifico. E così Metta, che tenterà di spacciare l’improvvisa liquidità per un’eredità. L’ex giudice giurerà di aver conosciuto Previti solo nel ‘94, ma i pm Boccassini e Colombo scopriranno telefonate fra i due già nel 1992-‘93.
Poi ci sono le modalità a dir poco stravaganti della sentenza Mondadori: dai registri della Corte d’appello emerge che Metta depositò la motivazione (168 pagine) il 15 gennaio 1991: il giorno dopo la camera di consiglio. Un’impresa mai riuscita a un giudice, né tantomeno a lui, che impiegava due-tre mesi per sentenze molto più brevi. Evidente che qualcuno l’aveva scritta prima che la Corte decidesse.

IL PROCESSO

Nel 1999 il pool chiede il rinvio a giudizio per Berlusconi, Previti, Metta, Acampora, Pacifico. Nel 2000 il gup li proscioglie tutti con formula dubitativa (comma 2 art. 530 cpp). Ma nel 2001 la Corte d’appello accoglie il ricorso della Procura e li rinvia a giudizio tutti, tranne Berlusconi, appena tornato a Palazzo Chigi e salvato dalla prescrizione: a lui i giudici accordano le attenuanti generiche. Perché a lui sì e agli altri no? Per “le attuali condizioni di vita individuale e sociale il cui oggettivo di per sé giustifica l’applicazione” delle attenuanti. La Cassazione conferma: il Cavaliere non è innocente, anzi è “ragionevole” e “logico” che il mandante della tangente a Metta fosse proprio lui. Ma un fatto tecnico come le attenuanti “per la condotta di vita successiva all’ipotizzato delitto” giustifica le attenuanti ad personam. Anziché rinunciare alla prescrizione per essere assolto nel merito, B. prende e porta a casa. E fa bene: gli altri coimputati, senza le attenuanti, saranno tutti condannati. In primo grado, nel 2003, Metta si prende 13 anni, Previti e Pacifico 11 anni sia per Mondadori sia per Imi-Sir, e Acampora (per la sola Mondadori) 5 anni e 6 mesi. Nel 2005, in appello, tutti condannati per Imi-Sir e tutti assolti (comma 2 art. 530) per Mondadori. Nel 2006 la Cassazione annulla le assoluzioni e ordina un nuovo appello che condanni pure per Mondadori.

LA SENTENZA

Il 23 febbraio 2007, in Corte d’appello, Previti, Pacifico e Acampora si vedono aumentare la pena di un altro anno e 6 mesi e Metta di 1 anno e 9 mesi, “in continuazione” con le condanne ormai definitive per Imi-Sir. Scrivono i giudici che la sentenza Mondadori fu “stilata prima della camera di consiglio”, “dattiloscritta presso terzi estranei sconosciuti” e al di “fuori degli ambienti istituzionali”. Tant’è che al processo ne sono emerse ”copie diverse dall’originale”. B. era all’oscuro dell’attività corruttiva dei suoi legali (che non assistevano la Fininvest nella causa, seguita dagli avvocati Mezzanotte, Vaccarella e Dotti)? Nemmeno per sogno: aveva – scrivono i giudici – “la piena consapevolezza che la sentenza era stata oggetto di mercimonio”. Del resto “l’episodio delittuoso si svolse all’interno della ‘guerra di Segrate’, combattuta per il controllo di noti ed influenti mezzi di informazione; e si deve tener conto dei conseguenti interessi in gioco, rilevanti non solo sotto un profilo meramente economico, comunque ingente, ma anche sotto quello prettamente sociale della proprietà e dell’acquisizione dei mezzi di informazione di tale diffusione”. Quando De Benedetti, sconfitto dalla banda Previti-Metta & C, accettò la transazione Ciarrapico per recuperare almeno parte del maltolto, si verificò un fatto inspiegabile: B. si oppose con foga al tentativo – assolutamente normale – della Cir di accennare, nel preambolo dell’accordo, alla sentenza che aveva appena annullato il lodo. Perché mai non voleva firmare un atto che facesse riferimento alla sentenza Metta? Perché – deduce la Corte – era “a conoscenza dell’inquinamento metodologico a monte determinato dall’intervenuta corruzione del giudice”. Alla fine i giudici citano la testimonianza “pienamente attendibile” della Ariosto, cui Previti aveva confidato “probabilmente nel luglio 1991 di essere stato lui a vincere la guerra di Segrate, e non Dotti”. Anche i giudici d’appello definiscono Berlusconi il “privato corruttore”. Ma, diversamente dai loro colleghi che avevano disposto il rinvio a giudizio, stabiliscono che Previti, Pacifico e Acampora non concorrono nel reato del giudice Metta, bensì in quello del “privato corruttore”, cioè di B.: “L’attività degli extranei nella consegna del compenso illecito si sostituisce a una condotta, che, altrimenti, sarebbe giocoforza posta in essere, in via diretta, dal privato interessato… La retribuzione del giudice corrotto è fatta nell’interesse e su incarico del corruttore”. In pratica i tre avvocati Fininvest agirono come intermediari di B. che li incaricò di pagare Metta e, in seguito alla sentenza comprata, s’intascò la Mondadori. Essi, diversamente da lui, non meritano le attenuanti generiche, “non ravvisandosi alcun elemento positivo per attenuare il trattamento sanzionatorio”. E questo per “l’enorme gravità del reato [e per] la gravità del danno arrecato non solo alla giustizia, ma all’intera comunità, minando i principi posti alla base della convivenza civile secondo i quali la giurisdizione è valore a presidio e a tutela di tutti i cittadini con conseguente ulteriore profilo di gravità per l’enorme nocumento cagionato alla controparte nella causa civile e per le ricadute nel sistema editoriale italiano, trattandosi di controversia (la cosiddetta guerra di Segrate) finalizzata al controllo dei mezzi di informazione; [per] la spiccata intensità del dolo; [per] i motivi a delinquere determinati solo dal fine di lucro e, più esattamente, dal fine di raggiungere una ricchezza mai ritenuta sufficiente”.

I DANNI

La Corte riconosce infine alla parte civile Cir di De Benedetti “tanto il danno emergente quanto il lucro cessante, sotto una molteplicità di profili relativi non solo ai costi effettivi di cessione della Mondadori, ma anche ai riflessi della vicenda sul mercato azionario”. Danni da quantificare in separata sede civile. Il 13 luglio 2007 la II sezione penale della Cassazione mette il timbro finale al caso, confermando in toto la sentenza d’appello-bis. La vicenda – scrivono i giudici – “coinvolgente la Fininvest, fonte della corruzione e pagatrice del pretium sceleris”, cioè del “mercimonio” della sentenza Metta, non ammette attenuanti: per “l’elevata gravità del reato e del relativo danno, l’intensità del dolo, i motivi a delinquere e i comportamenti processuali” caratterizzati da “mendacio”. A quel punto la Cir, con gli avvocati Giuliano Pisapia ed Elisabetta Rubini, chiede alla Fininvest 1 miliardo di euro di danni. Nel 2009 il Tribunale civile di Milano condanna B. e Fininvest a risarcire Cir con 750 milioni. Il giudice Raimondo Mesiano viene pedinato e linciato da Canale5 e dalla stampa Mondadori, addirittura perché porta i calzini turchesi. La Fininvest e B., diversamente da chiunque altro perda una causa civile, ottengono una sospensiva dell’immediata esecutorietà della sentenza: depositano una fidejussione e non pagano, in attesa dell’appello. Ora che la sentenza di secondo grado è alle porte, un codicillo nascosto nella manovra finanziaria li esenta dal pagare anche se perdono in appello. È il “partito degli onesti”.

Marco Travaglio
da Il Fatto Quotidiano del 5 luglio 2011

Fred Vargas - LA CAVALCATA DEI MORTI

 «Ed è un punto da tenere a mente, commissario: tutti quelli che vengono "ghermiti" dalla Schiera sono farabutti, anime nere, sfruttatori, giudici indegni o assassini.
E in genere il loro misfatto non è noto ai contemporanei.
È impunito. Ecco perché ci pensa la Schiera».

Tre anni dopo Un luogo incerto, Fred Vargas torna con un romanzo potente e misterioso, dove leggenda e crimine si fondono in un'alchimia perfetta.
Qualcuno ha bruciato vivo nella sua Mercedes un vecchio magnate della finanza e dell'industria. Forse è stato un ragazzo di banlieu, ma Adamsberg non ci crede. Ha bisogno di prendere tempo. Ed ecco gli arriva, dai boschi della Normandia, un omicidio che sembra scaturire dal medioevo.
C'è un cadavere, sul sentiero dove da mille anni i prescelti vedono passare la Schiera furiosa. Ovvero la cavalcata dei morti, che trascinano con sé anche i vivi condannati a morire per i loro peccati. La giovane, luminosa Lina ha visto la Schiera.
È solo una visionaria, o le foreste normanne celano segreti piú spaventosi di una antica, cupa credenza?

«Fra i miei uomini, capitano, ce n'è uno affetto da ipersonnia che crolla addormentato sul piú bello, uno zoologo specialista in pesci, di fiume soprattutto, una bulimica che scompare per fare scorta di cibo, un vecchio airone esperto di leggende, un mostro di cultura che non si schioda dal vino bianco, e via di seguito. Non possono permettersi di formalizzarsi troppo.
- E lavorate?
- Molto».

Prima di tutto, incontriamo di nuovo il sempre stralunato commissario Jean- Baptiste Adamsberg insieme ai suoi assistenti Danglard, Veyrenc, Retancourt, che, dopo una quindicina d'anni, fanno quasi parte della nostra famiglia, tanto le loro avventure sono entrate nel nostro immaginario... Personaggi che adoriamo, per i loro tic, i difetti e l'intelligenza...
Le Monde Magazine


Come al solito con Fred Vargas le digressioni contano quasi quanto l'inchiesta. I dialoghi sono efficaci, gustosi, e i personaggi, tanto gli abitanti del paesino, quanto i colleghi di Adamsberg (la «dea polivalente» Retancourt, il «poeta Veyrenc», «l'ipersonniaco» Mercadet), giustificano senza dubbio la deviazione.
Ma insostituibile è Adamsberg, il commissario dai vestiti perennemente stazzonati e l'ortografia esitante, il sognatore appassionato con il suo spirito sempre lento e un po' vago. Adamsberg, come il tenente Colombo, accumula pazientemente indizi, colleziona dettagli, per meglio confondere i criminali. Tre anni dopo Un luogo incerto, una Fred Vargas in grande forma con un romanzo poliziesco lontano dai canoni del genere, che soddisferà tutti i suoi lettori.
Le Figaro Littéraire

Oscar Wilde - VERITA' E RELIGIONE





La verità, 
in fatto di religione, 
è semplicemente l'opinione che è sopravvissuta.

domenica 3 luglio 2011

L'ITALIA DIVORATA

“Fai l’accordo mangiando tutto quello che devi mangiare”. Non è una frase estratta dal manuale di fraseggio del piccolo truffatore, ma il frammento di una conversazione sincera tra potenti veri. Chi la pronuncia è Luigi Bisignani, l’ormai noto faccendiere milanese che dava ordini a mezzo parlamento e faceva fare anticamera all’altra metà. Chi la ascolta e ne fa tesoro non è un ladruncolo di polli, ma Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, uno dei manager più potenti d’Italia. Bisignani gli suggerisce di ripeterla la sera stessa a Silvio Berlusconi come consiglio da seguire nel rapporto con i finiani, allora in piena emorragia dal PdL. Ma è una frase che ha in sé una sua perfezione senza tempo: è una didascalia permanente di quel che sta succedendo in Italia da anni, comprese le ultime tre settimane. Napoli che viene abbandonata al suo degrado dopo essere stata terra di saccheggio senza scrupoli non è vittima di sé stessa, come ringhiano i leghisti per motivare i propri egoismi sociali, ma di una voracità che non conosce patrie: anche lì un accordo è stato fatto e qualcuno ha mangiato tutto quel che doveva mangiare. I rifiuti per strada sono gli scarti di un pasto consumato sguaiatamente a bocca aperta e mani unte. Anche la manovra appena varata da Tremonti si annuncia come un diversivo per non disturbare le solite digestioni: minimi i provvedimenti per i ricchi veri, nessuno contro i privilegi dei politici, ma prelievi sui deboli con il ticket sanitario e ancora salassi a comuni e regioni, costretti a tagliare a loro volta sui servizi ai cittadini. Anche lì un accordo è stato fatto: chi pasteggiava a champagne da questa manovra non ha nulla da temere. Quale piatto difendono i manganelli in Val di Susa? Chi divora le risorse che vengono ancora sottratte alla scuola? Quale bocca sbrana i contributi senza ritorno dei precari e il prezzo dei diritti dei lavoratori ceduti agli industriali in nome della “ripresa”? Persino agli operai delle fabbrichette si è riusciti a far credere che licenziando le donne il loro posto sarà assicurato; infatti non hanno scioperato per difenderle. Alla scuola del trogolo anche i cani bastonati si convincono di dover agire da maiali.

Michela Murgia,
Il Fatto Quotidiano 03 Luglio 2011

venerdì 1 luglio 2011

DISINTOSSICHIAMOLI

Che fine faranno milioni di elettori di centrodestra che per quasi vent’anni hanno votato Berlusconi e ora non ne possono più? Sbeffeggiarli perchè si sono fidati di un magliaro a metà strada fra Al Capone e Wanna Marchi serve a poco. Già i loro amici al bar, in ufficio o alla bocciofila, li prendono in giro a suon di “te lo avevo detto”, “bravo pirla”, “gli hai tenuto il sacco per 17 anni e intanto lui ti sfilava il portafogli”. Pure convincerli a votare per il centrosinistra sarebbe impresa vana anche se il centrosinistra fosse qualcosa di presentabile, figurarsi con la parodia di centrosinistra che ci ritroviamo. E allora? Fini, con una meritoria intuizione, un anno fa aveva provato a offrire una scialuppa di salvataggio a chi sogna una destra normale. Peccato che fosse solo un’intuizione, perdipiù affidata a traffichini come Bocchino, a vecchie lenze come Ronchi, Consolo e Urso e a quell’orda di voltagabbana che, al primo frusciar di banconote e al primo sferragliar di cadreghe, son tornati prontamente all’ovile travestiti da “responsabili”. L’alleanza con Casini e financo con Rutelli ha posto fine – almeno per ora – al sogno pomposamente chiamato Futuro e Libertà per l’Italia, nonostante l’impegno di persone serie come Granata, Napoli, Perina, Filippo Rossi. Eppure c’è una sempre più folta destra antiberlusconiana in cerca di un leader e di un approdo, se è vero che metà dell’elettorato leghista e pidiellino è corsa a votare Sì ai referendum, compreso quello sul legittimo impedimento (cioè contro B.).

 Tutta gente che comincia a comprendere perchè un anarco-conservatore come Indro Montanelli, fin dal ’94, scrisse: “Con Berlusconi la parola destra diventerà impronunciabile per almeno 50 anni, per ragioni di decenza”. E nel 2001, poco prima di votare centrosinistra, urlò col poco fiato che gli restava in gola: “Questa non è la destra, questo è il manganello: gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello. La destra italiana è come quelle signore virtuose che, sotto sotto, sono attratte dal camionista nerboruto. Io sono un cornuto della destra: sposando la destra, ho sposato una moglie puttana”. Oggi si dice che, per recuperare i voti di chi si sveglia dal coma, occorre “abbassare i toni” dell’antiberlusconismo. Sciocchezze: gli antiberlusconiani più feroci sono proprio i berlusconiani di ritorno, che si sentono traditi e vengono sbertucciati dagli amici. Non è questione di toni, ma di sostanza. Se nel centrosinistra c’è qualcuno (Di Pietro, per storia e formazione, è il più attrezzato) che vuol intercettare quei voti, deve presentare un programma semplice, dunque estraneo alle giaculatorie su destra e sinistra. Un programma che, in tempi di tagli e austerità, può rivelarsi popolare fra gli elettori tanto della cosiddetta destra quanto della cosiddetta sinistra. Niente “Dio, patria e famiglia”, per carità: ci ha già pensato B., che Dio l’ha bestemmiato in una barzelletta (quella che mons. Fisichella si affrettò a “contestualizzare”), la famiglia l’ha moltiplicata per 30-40 con la santissima trinità arcoriana Fede-Minetti-Mora, mentre alla patria badava la Lega pulendocisi il coso. Rimane un valore più attuale e spendibile: la legalità. Che non è giustizialismo. È legge uguale per tutti, un concetto che più trasversale non si può, visto che riassume l’articolo 3 della Costituzione. Per disintossicare milioni di italiani dal berlusconismo non c’è che una terapia: convincerli, dati alla mano, anzi alla tasca, che solo un sano programma legalitario potrà consentirci di mantenere il nostro benessere, mettendo le mani nelle tasche dei ladri (evasori, corrotti, bancarottieri, cricche, abusivisti, mafiosi) anziché degli onesti. Ieri, con l’aiuto di un libro di Nunzia Penelope, abbiamo spiegato dove si possono recuperare i 40 miliardi e rotti lasciando in pace la gente perbene e intaccando l’enorme serbatoio dell’illegalità “nera” (400 miliardi e rotti all’anno). Il programma del prossimo governo è già scritto: manca soltanto qualcuno che se lo intesti.

Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano 01 Luglio 2011